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The Harder You Hold On

Summary:

“Sei libero,” gli avevano detto, e Bucky aveva osato crederci.

Ma la verità con cui è presto forzato a confrontarsi è che le catene più insidiose non possono essere fisicamente spezzate, né quelle più persistenti possono essere sconfitte dalla mera volontà di un uomo. E quando lo spettro dei suoi vecchi aguzzini incombe minaccioso all’orizzonte, Bucky si trova costretto in una posizione dove la sua unica opzione è allearsi con colui che tiene in mano l’altra estremità del guinzaglio – Helmut Zemo, il suo ultimo comandante.

E sperare di non venirne soffocato.

Notes:

Salve a tutti!
A chiunque possa stare leggendo, grazie per esservi interessati a questa fanfiction, ho iniziato a pianificarla ad aprile dopo essermi accidentalmente fissata con la Winterbaron (giusto un piccolo incidente di percorso assolutamente non pianificato) e ci sto lavorando già da un paio di mesi, perciò non vedo l’ora di condividerla con voi ^^
Inoltre, se vi va di farmi sapere la vostra sulla storia o anche solo di fare quattro chiacchiere, sono sempre super contenta di ricevere commenti. Sono molto curiosa nei confronti del fandom italiano (o “Italian-speaking”, comunque!) di questa sorprendente ship :’)
Mettetevi comodi e allacciate le cinture – sarà un bel viaggetto, ma il lato positivo è che avete posti a sedere su un lussuoso jet privato e, naturalmente, paga Zemo!

Chapter Text

 

 

 

Желание.

Ржавый.

Семнадцать.

Pesanti ed echeggianti come i rintocchi di un orologio a pendolo che segna il tempo rimasto, che inarrestabile accelera verso la sua fine, vibranti di potere, le Parole si scontrarono contro il pannello di vetro rinforzato e, smorzate ma non scoraggiate, continuarono la loro corsa verso l’uomo che si reggeva immobile, animale incerto e congelato dinanzi al predatore, in piedi dall’altro lato. Rimbalzarono nello spazio apparentemente cavo della sua scatola cranica, quindi, creando un eco infinito, ogni pensiero dell’uomo fu spazzato via e sostituito con brama – obbedisci – arrugginito – obbedisci – diciassette – obbedisci.

“Quel periodo è finito.”

“Lo so. Volevo solo vedere come il nuovo te avrebbe reagito alle vecchie Parole.”

Рассвет.

Печь.

Девять.

“Tu hai il sospetto che dietro ci sia lo zampino dell’Hydra. Per questo sei venuto da me.”

Un brivido attraversò l’uomo – no, non un uomo, un’arma, un soldato – ed egli scoprì che le carte in tavola si erano invertite. Era lui ad essere intrappolato in una gabbia di vetro e acciaio, ora, dove attendeva la sua fine. Il completamento della sequenza.

Alzò lo sguardo terrificato verso l’uomo dall’altra parte, l’ombra nera e rossa che lo aggirava come un rapace farebbe sulla carcassa che si appresta a divorare. L’abisso nero spalancato al centro della sclera dell’uomo incrociò i suoi occhi, ed egli arricciò le labbra in un sogghigno feroce.

Non una goccia di esitazione. Cercare un briciolo di pietà sarebbe stato uno sforzo inconclusivo.

Доброкачественный.

Возвращение на родину.

Stava gridando – dall’interno della sua prigione, pensava di stare gridando. Si divincolava, anche, disperato, come il legame tra se stesso e l’uomo avvolto in ombre nere e rosse veniva forgiato, un collare fissato attorno alla sua mente più che al suo collo.

Non di nuovo, non di nuovo, non di nuovo, non di nuovo, non-

Один.

Fece uno sforzo supremo per spezzare le sue catene. Troppo tardi, pensò, e fuoco liquido si diffuse nel suo corpo, un netto contrasto con la massa di ghiaccio pesante sul suo stomaco.

Грузовой вагон.

Con un click, il guinzaglio venne assicurato. Il suo corpo si rilassò all’istante, pur restando in allerta e…

Солдат?

…pronto a obbedire.

Il Soldato incrociò lo sguardo del suo comandante. Quest’ultimo inclinò la testa di lato e le sue labbra si incurvarono in un piccolo ghigno.

“Bene, bene,” disse Zemo. “Ti è rimasto ancora qualcosa.”

 

Bucky spalancò le palpebre di scatto, il suo corpo teso e mezzo sollevato dal sedile a seguito di un sobbalzo, il braccio di vibranio ronzante e pronto a colpire prima ancora di avere identificato il nemico.

“Riposo, Soldato. Non ci sono minacce attive.”

Bucky sussultò. Il suo capo si voltò repentino verso l’origine della voce. Fu salutato dalla vista del viso rilassato, su cui brillavano in un marcato contrasto due occhi fin troppo acuti, del comandan- no, di Zemo.

Bucky scosse il capo per scacciare le ultime tracce di sonno. Sentì il sogno svanire come una nuvola dopo una tempesta, che pure si lasciava alle spalle i segni della devastazione provocata dal suo passaggio, sotto forma dell’eco di parole autorevoli e di un peso di ghiaccio ancora localizzato nel suo stomaco.

Si guardò attorno, facendo mente locale. Non era stato messo in una gabbia dal 2016 e non aveva udito quelle parole da… il giorno precedente.

Grugnì come si rammentò il motivo esatto per cui si trovava nella posizione corrente – seduto sul jet privato di Zemo, con Sam che ronfava tranquillamente alla sua sinistra, il vecchio maggiordomo del bastardo che combinava chissà cosa da qualche altra parte nel jet e il bastardo in persona adagiato su un sedile di pelle rivolto nella sua direzione. Sebbene il viaggio da Berlino a Madripoor richiedesse più di qualche ora, il Barone non dava il minimo segno di essersi addormentato lungo il tragitto, e Bucky rabbrividì nell’immaginare quegli occhi scuri fissi su di lui mentre non era cosciente, sezionandolo visivamente, studiandolo probabilmente in cerca di debolezze, come un rapace, oppure un grande felino.

E il bastardo non aveva ancora finito di scrutarlo.

“Che hai da guardare?”, ringhiò.

Calma, si disse, nel tentativo di contrastare l’impulso di afferrare il Barone per il bavero e gettarlo fuori dal jet. Sei stato tu a farlo evadere di prigione. Hai chiesto il suo aiuto perché sai che ti può essere utile.

Specie se il suo sospetto era fondato e l’Hydra era coinvolta in qualche modo. Combatti il fuoco con il fuoco, come aveva detto a un certo punto una persona intelligente. Probabilmente.

“Dimmi, James, che cosa stavi sognando? Di qualunque cosa si trattasse, appariva parecchio intensa. Non sono riuscito a capire se fosse un incubo oppure… un tipo di sogno del tutto differente.”

Bucky sgranò gli occhi. In un violento spasmo, affondò le dita nei braccioli di pelle del sedile, e fu tutto ciò che poté fare per evitare di serrarle attorno al collo di Zemo in una replica della mossa che aveva messo in atto poche ore prima.

“Quale cazzo è il tuo problema?”, si sentì in dovere di chiedere.

Non voleva davvero una risposta alla sua domanda; gli bastavano già i suoi problemi quando si sentiva in vena di auto torturarsi e pensare fino a farsi venire mal di testa, non gli serviva aggiungere quelli di qualcun altro alla lista, grazie tante.

“Dev’essere difficile per te. Proprio quando ti illudevi di essere libero delle catene del Soldato d’Inverno, ecco che ti ritrovi a correre dietro all’ombra del tuo passato, per di più in compagnia di-”

Il suono di pelle che si strappava interruppe il discorso di Zemo, come le dita di vibranio sfondarono il materiale. Bucky provò un impeto di soddisfazione all’atto di violenza e piegò le dita, con la mezza intenzione di strappare via l’intera rilegatura in pelle del bracciolo.

“James.”

Un minuscolo sussulto lo attraversò al suono del suo nome. Zemo non aveva urlato, e al contrario, appariva perfettamente composto se paragonato a Bucky stesso; eppure, il suo tono era ferreo e la sua espressione tinta di disapprovazione, e Bucky si sentì colpire dall’equivalente di uno schiaffo in faccia.

“Non lo fare.”

La sua presa sulla poltrona si allentò all’istante ed entrambe le sue mani scattarono dai braccioli al suo grembo, dove la destra si serrò attorno alla sinistra, quasi a nasconderla, o a contenerla.

Un istante dopo, Bucky sbatté le palpebre.

…eh?, pensò, confuso. Si chiese che cazzo fosse appena successo e, di fronte a lui, vide uno specchio della stessa sorpresa riflettersi sul volto del Barone.

Zemo aprì la bocca, portando Bucky a irrigidirsi in risposta, quasi in preparazione a un attacco – ma qualsiasi cosa Zemo fosse stato sul punto di dire, la sua voce fu sovrastata da un ding che si diffuse nell’abitacolo.

Un rumoroso grugnito trasportò l’attenzione di Bucky verso la sua sinistra, dove Sam si stava agitando contro lo schienale, per poi riprendere finalmente conoscenza con uno sbadiglio in grado, all’apparenza, di slogargli la mascella.

Bucky avvertì le proprie spalle rilassarsi, realizzando solo in quel momento quanto fossero state tese.

“…mmh che c’è?”, biascicò Sam, strofinandosi gli occhi. “Siamo già arrivati?”

“Così parrebbe. Toccheremo terra tra pochi minuti,” rispose Zemo con scioltezza. Nonostante il proprio annuncio, si adagiò contro il sedile e accavallò le gambe, affatto di fretta. Poi, giusto per sottolineare il contrasto tra le sue azioni e le sue parole, disse: “Dovreste affrettarvi a indossare gli abiti che ho preparato per voi. Appena arrivati a Madripoor, ci recheremo senza indugio alla tana di Selby. Tenete a mente, per favore, che i vostri travestimenti dovranno essere impeccabili, altrimenti non riusciremo a ingannarla.”

Vostri’, aveva detto il bastardo, non ‘nostri’, notò Bucky con una fitta di disagio misto a irritazione. Ovviamente, il ruolo che Zemo si apprestava a interpretare non era poi differente da chi il Barone era in realtà… con un’arma in più nel suo arsenale.

Fu come se Zemo potesse percepire i suoi pensieri, perché l’uomo spostò lo sguardo dritto su di lui e sorrise.

“Ognuno di noi dovrà recitare la propria parte alla perfezione.”

“Sì, sì, abbiamo capito; grazie della premura, ma non serve che tu lo ripeta con quel tono inquietante,” fece Sam, mostrando esattamente quanto fosse impressionato con un’alzata d’occhi al cielo. “Be’? Dove sono questi vestiti?”

“Li troverete ripiegati in due valige, in fondo all’aereo.” Il Barone accennò con un gesto del capo verso la coda del jet. “Ho fiducia che sarete in grado di distinguere quale è destinato a chi.”

Certo, non chiederà a Sam di infilarsi in una trappola di pelle e fibbie di sua spontanea volontà. Non è lui quello che deve dare l’impressione di essere un cane al guinzaglio, si disse Bucky con amarezza, con un pensiero infelice a quanto l’Hydra fosse solita stringere la dannata imbracatura, come se rammentargli della sua condizione di schiavitù fosse tanto importante quanto l’efficacia del Soldato durante le missioni.

“Splendido,” ironizzò, sollevandosi dal sedile a ruota di Sam.

Aveva fatto a malapena tre passi quanto la voce di Zemo chiamò casualmente il suo nome, facendolo pausare.

Non rispondere, si disse Bucky.

C’era la possibilità che Zemo intendesse comunicargli qualcosa di rilevante e, preferibilmente, relativo alla missione. Oppure, si trattava dell’ennesima cazzata nella lunga lista di cazzate con cui il sokoviano aveva deciso di bersagliarlo da quando Bucky aveva preso la discutibile decisione di mettere piede in quella prigione.

Ignoralo e basta.

Si voltò.

“Cosa?”, grugnì con palese ostilità.

Zemo gli offrì un sorriso quasi amichevole.

“Ci tenevo solo a farti sapere che se hai bisogno di aiuto, devi solo chiedere.”

Le parole colsero Bucky di sorpresa. “Aiuto?”

La curva della bocca di Zemo si espanse e, nella sua mente, di nuovo Bucky lo paragonò a un predatore – un grosso felino che languido osserva la preda, rifilandole l’occasionale zampata per poi gioire dei peli rizzati e ringhi difensivi che ciò causava.

“In passato, è sempre stato il tuo comandante a vestirti prima di una missione, non è così? Non ci sarebbe ragione di vergognarsi, se tu non ti sentissi in grado di portare a termine il compito da solo.”

Già, pensò Bucky con sarcasmo, mentre lo mandava debitamente a fanculo. Avrei dovuto continuare a camminare.

 

. . .

 

Madripoor, Low Town. Un intricato dominio di strade dissestate e edifici dalle strutture pericolanti, un intreccio di neon pulsanti e vicoli bui che alternandosi donavano alla città una configurazione misteriosa, inebriante, imprevedibile, come l’anima stessa di un incantatore di serpenti, se incantatore in questione fosse disposto, e pienamente intenzionato, a consentire alle proprie bestiole di attaccare gli spettatori ignari. Affollata e claustrofobica, al calare delle tenebre la città si animava, squarciando la notte con grida e musica e luci ammiccanti.

Madripoor era un covo, un covo di tutto – crimine, pericoli, vizi, disperazione, sporcizia e fetore. E dove la svettante High Town – visibile, sempre visibile contro il cielo notturno – lo mascherava dietro a un’apparenza di lussuosa rispettabilità, Low Town in tale sudiciume ci sguazzava, sbandierandolo svergognatamente.

Mentre navigava in un mare di persone, divise tra poveri disperati, cuori ingenui che inseguivano un sogno e criminali incalliti, Bucky resistette alla tentazione di abbassare la zip della giacca di pelle o, meglio ancora, liberarsene del tutto. Grazie a Zemo al cielo, la maglia che indossava sotto a essa era una mezzemaniche; da ciò conseguiva però che la pelle della giacca si appiccicava al suo braccio destro, il quale era, come il resto di lui, pressoché intriso di sudore. L’outfit scelto da Zemo non era terribile quanto Bucky si era aspettato – probabilmente, solo perché il Barone non aveva avuto il tempo di trovare una replica della dannata camicia di forza in cui Hydra lo ficcava ogni volta – ma l’odore della pelle, il calore umido e la risultante difficoltà a respirare, la pressione dell’imbracatura cinta attorno al petto, sostituita al più indulgente peso delle piastrine militare, erano abbastanza per riscuotere parti di lui la cui esistenza avrebbe voluto, e dovuto, ignorare.

Agli angoli della sua mente, percepiva memorie danzare come le spogliarelliste che scorse passando a fianco di un locale con una lastra di vetro per parete. Un casinò scintillante a High Town, una ragazza stesa in un lago di sangue a Low Town. Un salone avvolto nel fumo dei sigari, denso a sufficienza da pizzicargli la gola. La voce del comandante provvisorio al quale era stato assegnato al tempo.

“Il Soldato d’Inverno, il cane più fedele dell’Hydra. Farà tutto quello che vogliamo.”

La voce di una donna, una risatina maliziosa. “Qualsiasi cosa?”

“Quel periodo è finito,” aveva affermato Bucky, al che Zemo aveva replicato: “Ti è rimasto ancora qualcosa.”

Sì, grazie al cazzo. Gli era rimasta una valangata di memorie di merda originate da settant’anni di inferno in Terra, settant’anni in cui era stato uno dei demoni di quest’inferno – il più efficiente, il più spietato.

Era una linea sottile, possedere le memorie del Soldato d’Inverno senza essere il Soldato d’Inverno, mentre allo stesso tempo il fatto di possedere le memorie di Bucky Barnes certificava che lui era Bucky Barnes. Era un filo sospeso su cui Bucky aveva imparato a procedere cautamente. Eccetto che adesso, era come tentare di attraversare quel filo dopo che erano stati attaccati dei pesi solo a metà del suo corpo, per trovarsi inevitabilmente a pendere dalla parte sbagliata.

Bucky inspirò a fondo. Le memorie e gli incubi e i flashback e i pensieri invasivi non avevano il potere di ferirlo o di trasformarlo di punto in bianco in una macchina assassina. Come avrebbe detto la dottoressa Raynor in modo un poco più professionale, il suo stupido cervello stava cercando di proteggerlo, e reagire con ansia e brividi freddi anche a trenta e passa gradi di temperatura era perfettamente normale.

Un uomo, alto e ben piazzato, gli assestò una spallata nel passare. In un istante, Bucky reagì, serrando i pugni e mostrando i denti in un ringhio ferale ancor prima di avere visto in faccia l’avversario.

“Ehi, amico, sta' cal-”

Le parole morirono in bocca all’uomo come il suo sguardo cadde sul suo braccio sinistro. Sul suo volto lampeggiò riconoscimento immediato – e paura. Che mandò lo stomaco di Bucky dritto in picchiata. L’uomo si dileguò prima che avesse anche solo il tempo di rilassare i pugni.

L’uomo aveva superato la gioventù da un pezzo, pertanto non era impossibile che avesse avuto la sventura di incappare nel Soldato d’Inverno in passato. Più probabilmente, però, in una città che viveva grazie al crimine, era la sua fama sanguinaria a precederlo di molto, distesa al pari di un tappeto cremisi sotto i suoi piedi.

Già li scorgeva, gli sguardi frettolosi nella sua direzione, le dita puntate verso di lui. Già udiva i bisbigli alle sue spalle, e notava come essi lo seguivano, rimbalzando da un punto all’altro nella folla.

Chiunque avrebbe potenzialmente potuto riconoscerlo. Di fatto, una frazione non indifferente dei presenti lo avrebbe riconosciuto alla prima occhiata e si sarebbe fatta carico di informare gli ignari, mentre Bucky non avrebbe riconosciuto loro. A quel punto, la città intera, una città stracolma di criminali spietati, assassini e malviventi, avrebbe saputo di lui. Si sarebbe preparata, avrebbe osservato e agito. E lui intanto brancolava nel buio, percorrendo la via indicata da Zemo e pregando che non finisse con un completo disastro.

Rabbrividì, avvertendo la pelle d’oca formarsi sul retro del suo collo. Pericolo, lo informarono i suoi istinti. Pericolo, non bene, non bene, pericolo.

E no- al diavolo la Raynor, non era paranoia. Aveva novant’anni di esperienza sul campo di troppo per essere paranoico.

Doveva stare allerta, pensò, sentendo molteplici sguardi bucargli la nuca come aghi. Doveva-

Qualcuno gli toccò il braccio, e la mano sinistra di Bucky scattò in avanti, diretta dritta verso il collo del nemico.

“Whoa, whoa, sono io!”

Sam.

Entrambi gli uomini sospirarono di sollievo, grati, per ragioni differenti, che Bucky avesse riconosciuto l’altro prima di avergli fratturato le vertebre cervicali.

“Uhm,” fece Sam. “Volevo chiederti se fossi nervoso, ma…”

Già.

Sam si era chiaramente risposto da solo, pertanto Bucky evitò di entrare nel dettaglio in merito al suo stato mentale.

“Togliamoci dalla strada,” fu la sua sola replica.

“Non preoccuparti,” gli disse Zemo, il quale si era fermato a sua volta per assistere al tentativo di conversazione che per poco non era degenerato in un omicidio accidentale. “Il locale di Selby è dietro l’angolo. Cerchiamo di affrettarci, e ricordate: d’ora in poi non potrete più uscire dal personaggio.”

Il locale di Selby, risultò, era veramente dietro l’angolo.

Una sola occhiata all’edificio, e Bucky realizzò presto che levarsi dalla strada non gli avrebbe assicurato alcun senso di tranquillità. Al contrario, ogni muscolo del suo corpo parve essere invaso da una fredda rigidità di fronte al pulsare della marea di corpi che si muovevano e si contorcevano insieme all’interno della scatola di cemento, secondo il ritmo stabilito dai bassi e dal lampeggiare di luci ipnotiche.

Il suo corpo si mosse automaticamente, seguendo Zemo di fronte a lui, ma ancora si torceva, nelle sue viscere, il senso d’allarme. Si impose di mantenere la facciata stoica del Soldato d’Inverno, mentre i suoi occhi perlustravano il locale con un’irrequietezza appena eccessiva, tradendo un nervosismo che il Soldato avrebbe scartato in quanto inefficiente.

“Готов подчиниться, Зимний Солдат?”

(Pronto ad obbedire, Soldato d’Inverno?)

Il casuale commento in russo scivolò su di lui come una coperta di seta. Il titolo pesantemente accentato ronzò nelle sue orecchie, una melodia familiare quanto le parole che lo avevano preceduto. Una domanda retorica – Bucky aveva avuto comandanti a cui esse piacevano particolarmente, ed era in grado di riconoscerle. Non era richiesta alcuna risposta, naturalmente. Lui era sempre pronto a obbedire.

Bucky rizzò la schiena. Sentendosi finalmente calmo e padrone di se stesso, marciò attraverso la calca a testa alta, spostando con scioltezza lo sguardo da un punto all’altro, da un potenziale rischio all’altro, analizzando, calcolando, soppesando come ci si attendeva che il Soldato d’Inverno fosse in grado di fare. La sua postura quanto il suo atteggiamento rilasciavano un avvertimento silente, un avviso di mantenere le distanze. Certamente vi erano pericoli in agguato, per questo doveva mantenersi lucido ed essere pronto a obbedire-

Non è reale, gridò un campanello d’allarme nella sua mente. È tutta una farsa! Non farti prendere troppo!

Da quanto la farsa risultasse convincente, tuttavia, dipendeva il successo della missione, perciò Bucky optò per rimandare a dopo i sentimenti di colpa e di disprezzo per se stesso. Era una persona orribile per essere capace di immedesimarsi così bene nel Soldato, ma intanto Zemo e Sam si erano accostati al bancone e si stavano rivolgendo al barista, ignorando Bucky come se fosse parte della mobilia. Nessuno comunque si aspettava che il Soldato prendesse parte alla conversazione, e ciò gli consentiva invece di mantenersi vigile, scannerizzando visivamente il locale più e più volte finché-

La sua fluida perquisizione visiva non si inceppò.

Sbatté le palpebre una volta, quindi fece saettare gli occhi verso il punto che aveva appena catturato il suo interesse. Dopo alcuni secondi, una donna fece un passo di lato. Un volto lampeggiò tra la folla.

La bocca di Bucky si schiuse per lo shock.

Le sue priorità si ricalibrarono prontamente nel secondo in cui un uomo prese a muoversi verso di loro, grosso e robusto e ostile, puntando dritto verso Zemo.

“Солдат,” pronunciò Zemo, e Bucky sapeva cosa sarebbe seguito prima ancora che il sokoviano completasse la frase. “Атака.”

(Soldato. Attacca.)

La mano dell’uomo atterrò sulla spalla di Zemo, e Bucky obbedì. Non dovette neppure riflettere – al Soldato non era mai richiesto di pensare oltre al generare strategie di combattimento, allo scopo di meglio portare a termine i compiti assegnatigli. In questo caso, la situazione non richiedeva neppure quel tipo di ragionamento; la memoria procedurale era abbastanza.

Attacca.

Bucky spezzò il braccio dell’uomo.

Attacca.

Bucky lo calciò a terra. Non lo uccise, l’ordine non era quello e lui non voleva farlo, però-

Attacca.

Altri uomini, altri avversari, gettati a lui dal comandante, e Bucky seppe all’istante che Zemo lo stava facendo di proposito; lo stava testando, per saggiare le sue capacità e la sua forza oppure la sua debolezza come a ogni avversario combatteva più spietatamente, riprendendo vecchi pattern con facilità, avvicinandosi sempre più allo stile del Soldato. E se a una parte di lui non importava – il comandante lo stava guardando con approvazione e ciò era bene, molto bene, stava adempiendo al suo dovere – una più grande parte di lui detestava quella prima parte e provava l’impulso di cancellare il sorrisetto dalla faccia di Zemo, al diavolo la farsa. Eppure…

Attacca. Attacca. Attacca.

Dita di vibranio si serrarono attorno al collo di un avversario e strinsero, spingendolo contro il bancone. Le dita continuarono a stringere. Il nemico si dibatté e Bucky registrò la presenza di Sam e il suo tentativo di fermarlo, ma la sua presa non si allentò, non quando l’ordine era-

Attacca. Attacca. Attacca. Attacca. Attacca.

“Молодец, Солдат.”

(Ben fatto, Soldato.)

Le parole si registrarono nella mente di Bucky. La presa si allentò all’istante, e il nemi- no, l’uomo inghiottì disperate boccate d’aria. Il comandante, no, Zemo, Zemo, Zemo, teneva una mano stretta sulla sua spalla, un gesto di lode e un monito insieme – Sii buono, comportati bene – e Bucky detestò la sensazione calda che causò nel suo petto almeno quanto la confusione che lo invase quando Zemo si staccò da lui, come una nave che, privata dell’ancora, viene sospinta in mare aperto.

Fu necessario uno sforzo non indifferente per generare, a partire dal casino ingarbugliato nella sua testa, una domanda sensata.

Che cosa è appena successo?

“Stai bene?”, gli domandò Sam a bassa voce.

Bucky assentì, pur mentre un brivido percorreva la sua schiena. Per un momento, una sagoma informe aleggiò ai margini della sua coscienza come un presagio, e Bucky aggrottò le sopracciglia, turbato…

Fino a quando non gli venne ricordato che aveva problemi più seri tra le mani, ad esempio il fatto che, non appena Zemo gli ordinò di seguirlo, Bucky obbedì istantaneamente come un cagnolino.

E la parte divertente? Non avrebbe saputo dire se aveva deciso di farlo.

Seriamente… che cosa cazzo sta succedendo?!

La domanda riverberò ancora e ancora tra i suoi pensieri, mentre seguiva Zemo nel retro del locale per incontrare Selby.

La donna era suppergiù come Zemo l’aveva descritta, ingorda di potere, astuta, opportunista e francamente viscida. Bucky dovette sopprimere una smorfia come Selby lo squadrò da capo a piedi. Un pezzo di carne prelibata, quello era ai suoi occhi e nient’altro. Non avrebbe potuto essere più evidente, specialmente quando il Barone disse-

“Dicci quello che sai del siero del supersoldato… e io ti do lui.”

Le mani di Zemo erano nuovamente addosso a Bucky – sulle sue spalle, le sue braccia, la sua faccia. Bucky poté giurare che c’era una nota volutamente provocatoria nella sua voce mentre diceva: “E farà tutto quello che vorrai.”

Le dita guantate sul suo volto erano ingannevolmente gentili nel carezzare la sua mandibola e nel giocare con la fossetta sul mento, e Bucky si detestò per il modo in cui i suoi muscoli si rilassarono automaticamente, perfino con l’implicazione lasciva delle parole di Zemo, perfino quando l’espressione di Selby si fece bramosa al punto da minacciare di rovesciargli lo stomaco. Si rassegnò al fatto che probabilmente la prossima cosa che avrebbe udito sarebbe stata una risata maliziosa, seguita da: “Qualsiasi cosa?”

“È un’offerta interessante, Zemo,” affermò invece la donna con un sorriso affilato. “L’apprezzo di gran lunga di più delle minacce con cui altri hanno tentato, ovviamente fallendo, di assicurarsi la mia collaborazione… oh, ma naturale, non siete certo i soli che puntano al siero di Power Broker,” aggiunse con un vago gesto della mano, notando l’espressione guardinga di Zemo. “Il siero è a Madripoor, certo, e dovete ringraziare il dottor Wilfred Nagel per quello.”

“E Nagel è ancora a Madripoor?”, domandò Zemo, volutamente casuale.

Selby colse subito il suo tentativo di raccogliere informazioni, e sbuffò. “Le briciole di informazione le regalo, ma per il panificio devi pagare. Credimi, l’accordo ti conviene. In questo modo, sarai tu il primo ad arrivare a Nagel invece degli… be’, altri partiti,” commentò, storcendo il naso e scoccando un’occhiata a Bucky, “compresi gli amici del tuo animaletto.”

Dal centro del suo petto, il gelo si diffuse rapidamente nel resto del suo corpo, intorpidendolo, seguendo ogni singola arteria e arrestando il sangue dentro a esse nello stesso modo in cui Bucky era certo che si fosse arrestato il suo cuore.

Non riusciva più a percepire il proprio corpo; men che meno il battito cardiaco.

Forse non aveva un corpo, e la sua mente esisteva prigioniera in una nuvola di lancinante dolore e assoluta obbedienza. Di certo non possedeva un corpo, quante volte gli era stato detto che il suo corpo era proprietà di-?

…compresi gli amici del tuo animaletto.

L’Hydra.

Per forza, Selby stava parlando dell’Hydra.

Erano coinvolti, dopotutto.

Bucky lo sapeva- dannazione.

Altre cose stavano accadendo intorno a lui. Il telefono di Sam per qualche ragione stava suonando, poi Selby disse qualcosa, poi fu Sam a parlare. Bucky ebbe la sensazione che l’atmosfera dentro alla stanza fosse cambiata, e fu più o meno tutto ciò che riuscì a processare.

Ciascuna percezione proveniva da molto, molto lontano, e Bucky credette che sarebbe fluttuato via dentro a quella nuvola tetra dove l’unica alternativa a soffrire è obbedire e non pensare per sé, mai pensare per sé perché è sbagliato e va punito e il fallimento significa dolore o peggio la Sedia.

Una mano si strinse attorno al suo braccio destro, ancorandolo alla realtà. Il comandante.

No, Zemo.

Giusto. Zemo, Sam, Selby, il siero. L’Hydra non aveva ricreato il siero. Lo stava cercando, proprio come loro. La riproduzione del serio era avvenuta a opera di Power Broker e di quel suo dottore, che di conseguenza diventava il loro target principale. E Bucky- Bucky era libero.

La tensione nella stanza esplose con il botto risuonante di un’arma da fuoco e il suono del vetro che si frantumava – poi Selby cadde a terra, morta.

Vi fu un momento di shock collettivo, quindi gli uomini di Selby girarono le armi contro di loro e li attaccarono. Bucky rispose con rapidità ed efficienza, e tra lui e Sam misero fuori combattimento le guardie in pochi secondi.

Ma presto ne sarebbero sopraggiunte molte altre.

“Posate le armi e fate ciò che vi dico,” disse Zemo.

Bucky – che era libero, libero, libero – obbedì forse un po’ troppo prontamente. Quindi, tutti e tre si diedero alla fuga, come una taglia sulle loro teste li rese da un momento all’altro le prede più ambite di Madripoor e, quasi a voler confermare il presentimento che Bucky aveva sentito incombere sin da quando aveva messo piede fuori dall’aereo, la città si rivoltò contro di loro.

 

. . .

 

L’arrivo di Sharon fu una manna dal cielo.

“Avete un angelo custode,” commentò Zemo quando i cacciatori di taglie che avevano alle calcagna furono eliminati uno per uno da una pistola invisibile.

L’ex agente dello SHIELD era comprensibilmente non altrettanto lieta di vederli, e tuttavia, quando Bucky e Sam fecero pressione affinché, nonostante tutto, lei li aiutasse ancora una volta, Sharon acconsentì. Le dovevano un enorme favore, Bucky in particolare, dato che l’ultimo favore che Sharon avesse fatto loro, quello che le aveva costato tutto, era stato necessario soltanto perché Steve stava cercando di salvare lui.

I suoi sentimenti di gratitudine e di sollievo per essere scampati a Low Town erano ciò su cui Bucky si sarebbe voluto focalizzare sulla strada verso High Town. Sventuratamente, gli avvenimenti della giornata non parevano intenzionati a concedergli una tregua, preferendo invece ripetersi, ancora e ancora, nella sua mente, in un loop di reiterazioni che, Bucky lo sapeva per esperienza, non si sarebbe fermato tanto presto.

L’Hydra era ancora attiva, ed era coinvolta. Non come giocatrice principale, forse, questa volta, ma era a Madripoor, e condivideva con loro un obiettivo.

Bucky non dubitava che, al pari suo, anche Zemo fosse giunto all’ovvia conclusione, poiché, al pari suo, era il solo altro membro del team a essere sufficientemente ossessionato dall’Hydra da riconoscere la loro presenza a partire da una manciata di parole offerte incurantemente, come briciole d’informazione.

Sam, invece, non dava l’impressione di aver fatto il collegamento, e Bucky doveva ancora pianificare il modo ideale di approcciarlo a riguardo.

L’Hydra era , pensò, in quella stessa città. Combatté il desiderio di vomitare.

I suoi agenti respiravano la medesima aria appesantita dallo smog e dall’odore acre di sporcizia d’origine umana. Camminavano sul medesimo suolo che era stato percorso dai loro piedi nelle ore precedenti della notte. E come Bucky era al corrente della loro presenza, anche loro, inevitabilmente, avrebbero presto saputo di lui. Se già non sapevano.

Bucky non se ne sarebbe stupito. Tale era, dopotutto, il numero di persone che nel locale aveva assistito allo spettacolino architettato da Zemo, il piano per convincere una donna che il Barone era in possesso del Soldato d’Inverno e di cui era adesso inevitabile il controeffetto, per cui tutti in quella città abbandonata da Dio se ne sarebbero convinti.

Nel ripensare al locale, Bucky sentì una pressione indistinta in un angolo della sua mente, simile a un’idea che, privata della chance o della capacità di assumere una forma dotata di senso, premeva e spingeva nel tentativo di attirare la sua attenzione. Corrugò la fronte.

Sto dimenticando qualcosa?

Non ebbe l’occasione di provare a risolvere il mistero. L’auto di Sharon virò all’improvviso in una sterzata stretta come la donna si buttò in una strada laterale, e Bucky si ritrovò di colpo pressato tra lo sportello e il fianco di un certo Barone, il quale chiaramente non si era neanche preso il disturbo di reggersi, preferendo invece scomodare lui.

Emise un ringhio di gola nell’avvertire un gomito scontrarsi con le sue costole.

“Chiedo scusa,” si affrettò a placarlo il sokoviano, rimuovendo l’articolazione colpevole. In compenso, Zemo non rimosse il resto di se stesso dal fianco di Bucky, guadagnandosi un’occhiata supremamente irritata.

Bucky sollevò un braccio, intenzionato ad afferrare Zemo per la collottola del suo ridicolo cappotto di pelliccia e a scaraventarlo quanto più lontano da sé potesse, per quanto fosse possibile entro i confini dell’auto.

Invece, si trovò congelato nel bel mezzo del movimento, la mano sospesa appena sopra alla spalla del sokoviano, esitante, come la sua mente gli offrì l’immagine dell’azione per come si sarebbe svolta: i gesti, la forza impiegata, le conseguenze. Tutto d’un tratto, Bucky scoprì che l’idea di arrecare danno all’uomo seduto accanto a sé, resa concreta, non risultava più soddisfacente. No, al contrario, era… paralizzante. Improponibile.

La base della sua nuca venne oppressa da una presa invisibile, che si tradusse in una scarica d’angoscia nel resto del corpo.

Non poteva farlo. Non poteva.

Cosa sto facendo?

Zemo lo osservava in silenzio, le dita intrecciate in grembo, educatamente perplesso all’apparenza. La presunta innocenza era però tradita dallo scintillio acuto dei suoi occhi, nel modo in cui inclinò il capo di lato senza per un secondo cessare di catalogare ogni singolo movimento di Bucky, ogni microespressione; studiò ogni ruga che si formava sulla sua fronte quasi potesse leggere i pensieri in agitazione dietro ad essa. E Bucky non era pronto a scommettere la mano destra sul fatto che non potesse.

“Sì, James?”, disse Zemo, le sillabe intrise di innocenza fasulla.

Bucky digrignò i denti. “Sposati.”

“Mmh? Oh, naturalmente. Che sbadato.”

Il braccio sospeso di Bucky ricadde al suo posto non appena il sokoviano scivolò più in là lungo in sedile.

Bucky non si rilassò, nemmeno quando la sensazione opprimente nella sua scatola cranica si allentò. Dall’angoscia d’inspiegabile origine passò a un panico più comprensibile, come si interrogò, per l’ennesima volta da quando aveva scelto di favorire la fuga di prigione di Zemo, su cosa cazzo stesse accadendo e perché.

I wakandiani lo avevano aggiustato. Shuri aveva personalmente modificato i suoi pattern neurali. Sei libero, Lupo Bianco, gli era stato detto.

Eppure, come scoccò uno sguardo di sottecchi a Zemo, Bucky ammise a se stesso che riconosceva quelle sensazioni, e il pattern di comportamento che ne conseguiva. Con un senso di crescente terrore, si domandò quanto a fondo, esattamente, i wakandiani si fossero spinti nel rimuovere la programmazione dal suo cervello.

Aprì la bocca per ingollare una boccata d’aria spessa e umidiccia, prendendo nota di colpo di quanto fosse elevata la temperatura nel veicolo, nonostante il ronzio costante dell’aria condizionata. O magari era un problema soltanto suo – il resto dei passeggeri sembravano in grado di respirare alla perfezione.

Aprì il finestrino, sospirando sollevato quando il vento reso fresco dall’alta velocità frustò la sua pelle accaldata, gelando il sudore. Inspirò.

“Ah, ti prego di non abbassare il finestrino. Trovo la sensazione dell’aria ad alta velocità alquanto sgradevole.”

Bucky indurì la mascella. Non si prese neppure la briga di gettare un’occhiata al Barone.

“Affari tuoi.”

“Sii educato, James,” disse Zemo, e Bucky si irrigidì all’istante.

Chiunque, udendolo, avrebbe detto che il suo tono era pacato, se non quasi giocoso. Bucky avrebbe riconosciuto l’autorevolezza in esso a un miglio di distanza.

Non era un fottuto commento giocoso.

“Chiudi il finestrino.”

Era un ordine.

Bucky serrò i denti disperatamente, tanto da rischiare di spezzarli come non aveva fatto sin da quando l’Hydra gli aveva insegnato cosa capitava a chi danneggiava la loro proprietà. Combatté la spinta a obbedire con tutto se stesso, costringendosi a serrare la presa sul tessuto dei pantaloni e restare immobile anche quando la pressione nel suo cranio crebbe, seguita da una scarica di ansia, di bisogno puro, fisico, corporeo di eseguire il comando.

Non avrebbe obbedito.

Non avrebbe obbedito.

Non avrebbe obbedito.

“Солдат,” bisbigliò Zemo, la sua voce troppo bassa perché Sam o Sharon lo udissero.

Bucky obbedì.

Un senso di gelo si diffuse nelle sue membra come il finestrino si richiuse con un sibilo, un evento così insignificante, che tuttavia cementava una verità di cui ora erano entrambi al corrente.

Alla fin fine, qualcosa gli era rimasto davvero. E andava oltre le semplici memorie. Andava oltre gli incubi e il PTSD.

Lungi dall’avere cessato di esistere, il Soldato d’Inverno aveva ancora un comandante.